Voglio un paese
Andreas Flourakis
Carrozzerie NOT

Di Andreas Flourakis
traduzione dal greco di Gilda Tentorio
Carrozzerie N.O.T
Marzo

con gli attori del laboratorio MetisTeatro Giuseppe Bernardini, Riccardo Bucci, Attilio Caccetta Giorgia Cacciante Valentina Cacciante Antonio Calabria Francesco Ciambra Manuela Cimino Francesca Consiglio Mena Di Siena Angela Di Tuccio Alessandra Febo Calogero Martello Ambra Mercuri Tiziana Mezzetti Fabrizio Mischitelli Annachiara Notarfrancesco Sabrina Ottaviani Maria Parente Andrea Ranieri Stefano Sartini Valentina Savelli Simonetta Serra Sara Sozzo Marina Torre. Regia, Alessia Oteri

Presentazione  Un’opera senza personaggi e senza scene. Un’opera sulla Grecia della crisi che ha per protagonista la folla dei greci. Prende corpo una polifonia anonima, un mosaico di voci giovani che sfogano idee, sogni, dubbi, facili soluzioni, banali luoghi comuni, frasi trite che commentano una quotidianità sempre più difficile. Centro di gravità di questo accavallarsi di pensieri senza soluzione di continuità, è un desiderio: “Voglio un Paese”. La Grecia, attanagliata dalla crisi, non esiste più, non offre futuro. Che fare? Emigrare verso un Paese “migliore”? E come dovrebbe essere questo Paese ideale? Forse meglio fabbricarselo? Chi accogliere e chi rifiutare? E se fosse possibile soltanto mutare sguardo e prospettiva nelqui e ora? I livelli continuano a fondersi e compenetrarsi: si parte da urgenze reali della più viva e amara attualità, per sfumare in un viaggio simbolico-metaforico che galleggia sul filo del paradosso e anche dell’amaro sarcasmo. Il concetto stesso di Paese perde i contorni di entità fisica e geografica e il tentativo di disegnare i contorni di una mappa della felicità, peraltro venato di speranza infantile, diventa pretesto per l’interrogazione sul sé. Slanci passionali si spengono in nuovi dubbi o comodi rinvii, e non c’è una linea risolutiva e sicura, semmai la riscoperta diimpassee di nuove domande paralizzanti. Ma anche questo è un primo passo verso la presa di coscienza.

NOTA del TRADUTTORE Non ci sono punti saldi di ancoraggio nel testo di Flourakis: tutto scorre, panta rei. A partire naturalmente dai personaggi, frammentati in una comunità polifonica e onnicomprensiva (essi sono “Tutti”). Alcuni tic verbali o coloriture specifiche creano giochi di rifrazione a distanza in questa massa anonima (composta da rivoluzionari, disfattisti, paurosi, entusiasti, infantili, fanatici, e tanti altri), ma le stesse carature linguistiche sono all’insegna del divenire. In fondo non importa riconoscere dei “tipi”, bensì calibrare l’effetto complessivo della frastagliata coralità. Radiografia del reale, visione, gioco, ironia e sarcasmo: i livelli continuano a intersecarsi. Si parte infatti da urgenze reali della più viva e amara attualità della crisi, per sfumare in un viaggio astratto e simbolico che galleggia sul filo del paradosso, e in filigrana si legge una vibrazione di inquietudine.

Ciò che rende spiazzante l’operazione “plurale” di Flourakis è l’andamento irrisolto. Sentieri di possibilità vengono costruiti da domande e risposte, ma proprio quando si intravede la luce di una conclusione, ecco un cortocircuito: la comunicazione condivisa salta, si sfrangia in improvvise banalizzazioni, sfocia in vicoli ciechi, e allora le posizioni tentennano, ritornano indietro, si avvitano in elucubrazioni, gli slanci si spengono di fronte a nuovi dubbi o comodi rinvii. E la lingua naturalmente risulta il sismografo di questa linea sussultoria. Infine due ingredienti svolgono una funzione di collante e al contempo di distanziamento. Anzitutto, l’ironia, che freme negli scarti linguistici e mette in evidenza la banalità dei luoghi comuni e delle facili critiche senza costrutto. Naturalmente, il sorriso si vena di amarezza nel constatare che anche i palpiti di un’utopia nascente si rovesciano nella logica riduttiva e a tratti puerile degli egoismi particolari. Eppure su tutto plana un velo di tenerezza. Per questa umanità-formicaio che si dibatte fra la realtà e i sogni e soprattutto per questo Paese, parola femminile in greco (χώρα), che reca in sé echi ancestrali e si lega all’idea di uno spazio abitabile che contiene e abbraccia.

Gilda Tentorio