Figli d’arte di Alessia Oteri, Teatro Sala Uno

Drammaturgia e regia di Alessia Oteri.
Spettacolo brillante sull'incontro tra la Famiglia d'Arte italiana di inizio 900 e la regia nascente. Un piccolo gioiello di scrittura drammaturgica, uno sguardo dall'interno, dalla parte degli attori - come vissero, interpretarono e affrontarono un momento storico così importante, quel passaggio che avrebbe visto la nascita di una nuova figura teatrale, quel regisseur per cui in Italia non esisteva ancora un nome che ne definisse il ruolo.

Un'occasione mancata per certi versi per la scena italiana che sfumò la possibilità di coniugare la Tradizione a quel vento di riforma, in molti casi per incomprensione e timore di perdere in parte i propri privilegi. E insieme lo sguardo illuminato di chi come Silvio d’Amico, Luigi Pirandello, tentò invece di coglierne i germi e traghettarli sulla scena.

Una storia che intreccia molte piccole cronache, tra i vizi e i vezzi di quella scena "all'antica italiana" sullo sfondo dirompente di una riforma che dall'estero avrebbe definito e radicalmente cambiato la storia del teatro italiano ed europeo del 900.

Per salvare il teatro

per rinnovare l'arte del teatro, bisogna che gli attori e le attrici muoiano tutti di peste [Eleonora Duse]

note di regia

Tra 800 e 900 si verifica nell’Europa teatrale un fatto senza precedenti. La nascita della regia teatrale. La nascita di un nuovo principio estetico sotteso alla scena: non più un capocomico, o un organizzatore o al più un attore che possa semplicemente coordinare il lavoro a vari livelli, ma qualcuno che possa essere la coscienza critica di uno spettacolo, il pensiero che determina il percorso e le scelte, che guardi alla scena da una prospettiva univoca, armonica, che possa ripensarla come organismo vivente, con le sue tante parti a formare un unico corpo in movimento.

Una rivoluzione dai tanti inizi, che nacque da un profondo desiderio di rinnovamento: risollevare il teatro dalla crisi che lo stava lentamente impoverendo del suo senso, e che coinvolse la Russia, la Francia, l’Inghilterra e uomini come Stanislavskij, Copeau, Craig, Mejerchold, Sulerzicki, Appia..: nomi e volti di una riforma senza precedenti.  Difficile, al lettore, allo storico, allo spettatore di oggi cogliere la portata di un pensiero che riscrisse davvero in quegli anni la grammatica del teatro.

Per ogni testo esiste una messa in scena ed una soltanto, ovvero nessuno spazio per quei salottini rossi  buoni per ogni occasione:  metteremo la Sala Rossa, farà dire (con ironia e sottesa polemica) Pirandello al Capocomico de I sei personaggi, ritraendo la classica compagnia in prova di quel primo trentennio del secolo – di un paese, l’Italia,  che sembrava inesorabilmente tagliato fuori dal vento di riforma che attraversava l’estero. Metteremo la sala rossa : ovvero le scena che abbiamo già pronta, pensata ed usata per enne commedie, e non per quella e quella soltanto.

Immobile, resistente, in ritardo, la scena italiana sembra chiusa in quella struttura monolitica che è la Famiglia d’arte, con le sue gerarchie e i suoi equilibri,  sorda a qualsiasi innovamento, per paura di perdere i propri privilegi, per paura di trovarsi all’improvviso senza più scrittura, spogliata di quella identità riconoscibile su cui ha costruito le sue fondamenta. Una Famiglia che pur nell’ostinazione di mantenersi integra, riconosce l’impossibilità evidente di rappresentare un punto di riferimento: molti dei suoi figli ormai lasciano il teatro, si sposano nel mondo borghese. Sempre più di frequente si affacciano alla scena i dilettanti, auto didatti o formati nelle scuole nate dalla volontà dei singoli, come la scuola di Luigi Rasi a Firenze, o messe in piedi più per dare un canonicato a vecchi attori, come la scuola di recitazione Santa Cecilia di Roma, che per istinto e ragionamento ad una scena che attraverso la pedagogia trovi una nuova forma.

Nel 1935 mentre altrove la regia è non solo un fatto collaudato, ma storia, al Convegno Volta si prende atto del ritardo dell’Italia: le parole regia e regista, mutuate dal francese regie e regisseur sono coniate appena due anni prima: l’Italia è in ritardo, si discute, l’Italia è in ritardo, si prende atto.

Negli studi a posteriori, nelle analisi che hanno animato molta esegesi teatrale del nostro recente passato la tesi del ritardo ha lasciato via via il posto a quella di un’anomalia, e quindi di una differenza: una scena in ritardo che in realtà, in molte biografie rilette da sinistra a destra, avrebbe rivelato ben più di un’anomalia: vere e proprie rivoluzioni – silenziose e segrete – che in quegli anni avrebbero scritto anche nella scena italiana storie diverse. Impossibili a compiersi perché impossibile era aprire un varco di comprensione in quella scena che da più parti e per troppi motivi si sarebbe mostrata sorda ad ogni cambiamento.

Luigi Pirandello, Silvio d’Amico, Edoardo Boutet, Anton Giulio Bragaglia, Eleonora Duse, Ermete Novelli, Renato Cialente, Luigi Almirante… Biografie alla rinfusa. Percorsi da cogliere. Rileggendoli da sinistra a destra, dal centro della scena, dal suo interno.

Questo spettacolo nasce da qui. Dalle suggestioni che hanno accompagnato i  miei studi, e dalla voglia di raccontare un cambiamento. Invisibile in apparenza. Eppure strutturale nel profondo.

Questo spettacolo nasce dal desiderio di condividere non già e non solo una passione, la storia, le carte, le radici, ma anche dalla nostalgia di un teatro come un fatto possibile a farsi senza niente, un’anomalia che spesso riscrive le sue storie nel silenzio. Una storia che in parte ci riguarda da vicino, ancora oggi, in questi anni all’apparenza frammentari in cui dal centro – silente – il teatro, a suo modo risponde.

il teatro non può morire.
forma della vita stessa
tutti ne siamo attori,
e aboliti i teatri
il teatro seguiterebbe nella vita
e sarebbe sempre spettacolo
la natura stessa delle cose.
[Luigi Pirandello]

Foto Tiziano Santin

Foto Valentina Cipolla