Hypnos

 

con

Attilio Caccetta, Giorgia Cacciante, Federica Cesino, Caterina Cosentino, Fabrizio Cuomo, Fabrizio De Lieto, Alessio Di Gese, Michele Di Salvo, Paola Grasso, Debora Masci, Monica Pierucci, Antonio Orsini, Teresa Santoro, Giulia Scarani, Simonetta Serra, Liliana Zattini

Drammaturgia e Regia Alessia Oteri
Assistente alla Regia Francesca Consiglio

Hypnos (5 giugno h 10.00) abbraccia i canti forse più noti di Odissea che attraverso il tema del viaggio ci traghettano in un tempo  – realmente vissuto o forse solo immaginato – che si apre sull’ultima parte del viaggio, l’isola di Ogigia, e si chiude ad Itaca, definendo la fine di un ciclo: Odisseo come è noto è l’ultimo degli eroi non già e non solo perché è l’ultimo tra gli Achei che hanno preso parte alla guerra di Troia a rivedere la casa ma soprattutto perché è l’ultimo a consegnarsi ad un tempo che non è più quello eroico dei compagni che con lui hanno affrontato i dieci anni di Ilio.

Diomede, Aiace, Achille, Agamennone, e tutto sommato anche Nestore e Menelao che ritroviamo nella prima parte dell’Odissea, sono parte di un tempo che non è più. Odisseo, la sua storia, il suo destino, il suo viaggio è tramite e congiunzione tra due cicli temporali che sembrano rimandare in maniera inequivocabile a due sistemi tra loro profondamente differenti. Di là il tempo lineare, frontale e cristallino degli eroi, di qua il tempo multiforme, trasversale, ragionato della metis, l’intelligenza di Odisseo, uomo moderno. È seguendo questa suggestione che ci siamo soffermati sui canti del viaggio di Odissea, che sembrano davvero rappresentare una terra di mezzo, non collocabile, un passaggio e varco tra due cicli, tra due mondi. Se a livello narrativo il viaggio si dipana da Ogigia alla reggia dei Feaci e al lungo racconto che Odisseo fa al cospetto del re Alcinoo ripercorrendo in un lungo flash-back le sue imprese, a livello temporale il ritorno prende avvio dalla notte della presa di Ilio: un puzzle che si compone per suggestioni, accenni e rimandi. In quella notte che segnerà la fine della guerra sin da subito i destini degli Achei si dividono: è una notte che segna un passaggio di non ritorno. Gli Achei compiono un gesto che tutto sommato non appartiene già più al loro tempo: Ilio come è noto è presa con l’inganno, quanto di più distante dal codice non scritto eppure sempre rispettato di quei 10 lunghi anni di assedio e di guerra. Le vestizioni, così precisamente descritte nell’Iliade, un codice sempre identico con cui l’eroe si prepara alla battaglia, la frontalità con cui affronta l’avversario, anche nei momenti più drammatici della guerra quando il cholos, la rabbia, fa posto al menos – l’impeto, il furore, l’intervento del dio – il disprezzo tutto sommato dichiarato con cui ad esempio viene appellato sempre Paride, Paride il vigliaccocolui che combatte con le frecce, colpisce l’avversario di spalle: tutto questo non sembra avere più spazio nella notte della presa di Ilio.

È una notte che già segna uno spartiacque, di là dalla quale molti tra gli Achei perderanno il senno. Scende il buio. Gli Achei si disperdono. All’alba restano i corpi straziati dei vinti, dei troiani colti di notte, senza armi, indifesi. Hypnos, tutto è nebbia.

Odisseo intende lasciare subito Ilio, Agamennone invece, il capo dei Danai, sembra accecato ancora una volta dall’ambizione, c’è ancora tanto da prendere e saccheggiare tra le ceneri di Ilio distrutta, perché partire ora? Perché partire adessoHypnos, tutto è nebbiaSpaesati e confusi gli Achei si smarriscono, sino all’immagine straziante di un esercito di straccioni, parte delle fila dei Danai che segue l’indovino Calcante, per terra, per paura di affrontare il mare, per necessità di seguire un capo, ora che a guida degli eserciti sembra non essere rimasto che un vuoto di senso.

Il viaggio di Odisseo inizia quella notte. Che si tratti di un viaggio reale o di un viaggio psichico, poco importa. Perché quanto sembra emergere tra i tanti elementi è il continuo e costante dialogo con l’altrove che l’eroe intrattiene da adesso in avanti. Per sette canti Omero ci accompagna in un altrove che è smarrimento e perdita: tutto è buio nel viaggio, è la terra dei Lotofagi, dove la memoria si frammenta, è l’incontro con esseri straordinari e al confine della finitezza, è la magia bianca di Circe che si mescola alla notte, è il dialogo continuo con la morte, che si compie infine nell’Ade, e negli anni trascorsi ad Ogigia, accanto a Calipso, la maga, l’occultatrice, la dea, che vorrebbe stringere a sé Odisseo e legarlo per sempre a un’immortalità che a tutto somiglia fuorché alla promessa di un eterno presente.
Un viaggio – che sia psichico o reale poco importa –  che sembra mettere costantemente Odisseo di fronte a se stesso, alla perdita, e alla finitezza dell’uomo. Non più la bella morte e il canto immortale degli Aedi, ma il tempo degli uomini, il nostro tempo, di cui l’enorme masso che Poseidone scaglia di fronte all’Isola dei Feaci dopo che questi hanno traghettato sino ad Itaca Odisseo, sembra essere la rappresentazione plastica.

 

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