I Giganti, riflessioni per uno studio

Il 19 maggio saremo in scena alla Villa di Massenzio, all'interno della programmazione della Notte dei Musei, con I giganti della montagna di Luigi Pirandello. Uno studio che affrontiamo per la terza volta (2010, Teatro Sala Uno, e soprattutto 2014 al Malborghetto Flaminio) e che ad ogni nuova occasione ci impone una riflessione rigorosa sul testo che apre a suggestioni ogni volta differenti.

Pirandello come è noto scrisse I giganti a più riprese, abbandonandone la stesura e riprendendola più volte, sino a lasciarla incompiuta a quel Secondo atto che è una vertigine di senso, nella chiusa evocativa e densa di rimandi e nel possibile compimento, affidato al racconto del figlio Stefano, la notte prima di morire.
Come nelle parole di Andrea Camilleri - che sempre torniamo a leggere per la valenza oltre che storiografica soprattutto emotiva, di accesso al testo - forse le cose devono restare incompiute, allora poi sono bellissime.

E' difficile misurarsi con un'opera come I giganti, perchè rientra a pieno titolo in quegli intoccabili che non ti puoi permettere di accostare se non hai come minimo 70 anni, storici, esperti e teatranti storcono il naso, è un po' come approcciare La Tempesta, le opere testamentarie sembrano portare sempre in sé un segreto, un nucleo inaccessibile, che si può forse arrivare a sfiorare solo con tanta, tanta esperienza. Di studi, di vita, di scena.

Eppure Pirandello si può studiare. Si deve poter studiare. Soprattutto adesso. E si deve poterlo fare con un gruppo di giovani (quale mi sento anch'io ;), e soprattutto con un gruppo di giovani appassionati di teatro.

E perchè forse (forse) è vero che dentro i Giganti sembra affiorare il Pirandello più autentico. Di là dai rimandi autobiografici, dalla patina dietro la quale sembrano lasciarsi intendere la delusione verso la scena così come il pubblico la vede e la vuole, la genesi incompresa (o forse sin troppo compresa) di quella Favola del figlio cambiato i cui versi tornano a vivere nel testo, i rapporti con le istituzioni ed il fascismo... I giganti mi è apparso in questo terzo studio in prima istanza una riflessione vertiginosa e verticale sul teatro, sul suo senso ultimo, legata a doppio filo al senso che il teatro aveva per Pirandello al termine della sua vita.

Ci sono battute nel testo che aprono a punti di domanda...continui, l'attore è tramite, depositario del dono e del talento di porsi alle soglie della realtà leggibile, attori e scalognati appartengono in questo alla stessa famiglia, di notte e sulla scena prendono forma i fantasmi come possibilità di uscir fuori da sè per lasciar spazio ad altro, a quell'altrove che sulla scena si fa presenza.
Nella stanza delle apparizioni al principio del II atto, mentre Cotrone e gli scalognati leggono di notte la Favola, per industriarsi ad una messa in scena, gli attori nel sonno lasciano spazio ai loro personaggi, Allegri, allegri dice rientrando Cromo dopo aver visto il suo corpo che placidamente dorme insieme agli altri nel suo letto, stiamo sognando. Ci ho letto (in modo del tutto arbitrario è chiaro), quell'allegri allegri con cui si anticipava il brillante ancor prima di entrare in scena, già dalla quinta. Allegri, allegri. Non siamo noi. I nostri corpi dormono. Qui è la scena, la stanza delle apparizioni, l'altrove che prende corpo.

Pirandello è ancora modernissimo. Come lo era stato nei Sei personaggi, anticipando e raccontando un modo possibile per il teatro italiano di riscattarsi da quel trentennio di anomalia e ritardo sulla regia europea, dimostrando che non era necessario mettersi al passo delle innovazioni con chissà quali nuovi artifici di scena, che sarebbe stato proprio nella povertà dei mezzi che il teatro italiano avrebbe potuto trovare una risorsa. Nei Sei personaggi disegna sul corpo del teatro italiano - con i suoi salottini rossi, pronti per ogni occasione - quella rivoluzione di pensiero che sarebbe stata la regia teatrale. E lo fa con niente. Con niente. (Poi all'estero avrebbe detto Luigi Almirante, il Padre in quella prima edizione del '21, Pirandello lo hanno travisato, invece io il Padre lo feci proprio così, con la giacca che misi quando morì il mio povero babbo) (parafraso a memoria perchè non ho con me gli appunti).

C'è tanto. Tanto. Ogni volta. Un eccesso di senso. C'è la chiusa, l'ulivo saraceno, i rami che tornano alla terra. C'è il telo da tirare sulla piazza. Ci sono le ultime parole al figlio. C'è, un ulivo saraceno, con cui ho risolto tutto. Restano ancora domande aperte, perchè se di fronte alla grettezza e all'ignoranza dei Giganti le parole degli attori non possono che essere sbranate, fatte a pezzi, è anche il teatro che non riesce a parlare agli uomini del suo tempo.

Presentazione
Opera ultima dell’autore agrigentino, evocativa e inconclusa, al punto d’essere considerata l’atto testamentario di Luigi Pirandello, i Giganti della Montagna intreccia al suo interno piani di complessità che toccano i maggiori snodi della poetica pirandelliana, e insieme sembrano abbracciare larga parte della biografia dell’autore nei continui rimandi che in controluce appaiono: i racconti e le superstizioni dell’infanzia, il legame viscerale e sofferto con la scena e il teatro, l’ambiguità del rapporto con le istituzione e il fascismo, la memoria diretta dei fantasmi  che si fanno presenza.

Uno studio  - quello qui proposto - che in forma laboratoriale coinvolge un gruppo dei giovani interpreti, dell’Associazione MetisTeatro, diretti da Alessia Oteri. Un’occasione per poter traghettare le parole dei Giganti e la poetica di Pirandello, all’interno dello scenario della Villa di Massenzio,  in un allestimento che prevede la possibilità per il pubblico di compiere un percorso all’interno del Mausoleo di Romolo, per poi ricongiungersi sul finale nuovamente all’aperto.

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