Progetto Goldoni

Con tutto ciò i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro. (Carlo Goldoni)

 

Portare in scena Carlo Goldoni oggi, vuol dire misurarsi con una scrittura ed un linguaggio che se da una parte paiono in prima analisi risultare desueti, dall’altra rivelano la straordinaria modernità di contenuti, sottesa a tutta l’opera dell’autore veneziano. Il progetto di rinnovamento che Carlo Goldoni auspicava per il teatro del suo tempo, e che con visionaria caparbietà riuscirà a portare a termine, lo mette al passo dei grandi riformatori di ogni tempo, e ne fa già di per questo un autore moderno.

Moderno per la lucidità di sguardo, per la capacità di leggere la necessarietà di una riforma della scena, senza la quale il teatro italiano della Commedia all’improvviso sarebbe stato destinato ad un inevitabile decadimento, involuzione verso il basso di quella Tradizione che aveva reso grande il Comico italiano nel mondo, e che sembrava ora un guscio vuoto, senza più sostanza.

Impossibile non leggere tra le righe di un progetto così ambizioso e controvento, la stessa ostinazione che muoverà i riformatori del ‘900. Impossibile non accostare a Carlo Goldoni, Luigi Pirandello. Riformare il teatro senza spazzare via la Tradizione. Riformare il teatro dal suo interno.

Studiare Carlo Goldoni oggi è una vertigine di senso. 150 commedie (tutte scritte dirà, tutte di carattere) che segnano e accompagnano la biografia di un autore straordinariamente prolifico (16 soltanto nel 1750, annus horribilis come avrà a definirlo) e che tracciano il passaggio graduale – e non privo di urti e di ripensamenti – dal Teatro delle Maschere alla Commedia di carattere, dal Canovaccio – ormai null’altro che una vuota forma – al testo scritto e a personaggi in carne, uomini e donne con una psicologia ben definita.

Uomo colto, raffinatissimo, capace di raccontare e portare sulla scena quel gran teatro del mondo, che sarà la sua principale ispirazione : con tutto ciò i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro. 

Da questa produzione così straordinariamente densa, abbiamo scelto di studiare e portare in scena 4 opere, “Il Teatro Comico” e i “Memoires” (Momà Garden, 22 e 23 luglio), “Le smanie e le avventure della villeggiatura” (che abbiamo raccolto in unico testo) e il “Ventaglio”, debutto previsto a metà settembre. 

“Il Teatro Comico” e “I Memoires”, sembrano essere i testi che maggiormente ci parlano di Carlo Goldoni. Il primo, scritto nel 1750, è un’operazione meta teatrale in cui l’autore porta al centro della scena una compagnia in prova, e attraverso un identico espediente che troveremo nei Sei personaggi di Luigi Pirandello, il pretesto vale a chiarire il rapporto con la Tradizione, con quel passato che non si intende cancellare, ma integrare, in una lucidità e visionarietà di sguardo che accomuna entrambi i drammaturghi. Quanto in Luigi Pirandello sarà indicare come pur nella povertà di mezzi della scena italiana, l’innovazione avrebbe potuta iscriversi con la drammaturgia, due secoli prima in Goldoni saranno le partiture scritte sul corpo dei suoi Comici, persone ancor prima che personaggi, caratteri in luogo di maschere.

Ne “Il Teatro comico” Goldoni è davvero moderno. La sua riforma lo è, lo è la sua idea di teatro: il testo è denso di rimandi a concetti che saranno al centro di molte poetiche di primo Novecento, ah questa cattiva abitudine che hanno gli attori di entrare rivolgendosi al pubblico – farà dire al suo alter ego Orazio – l’attore quando è sulla scena deve immaginare di essere solo.

I Memoires,  secondo testo che abbiamo scelto per questo nostro progetto è l’autobiografia francese che Goldoni scrive tra il 1783 e il 1786. Altra cosa rispetto alle Memorie italiane che l’editore Gianbattista Pasquali aveva avviato nel 1760 raccogliendo i molteplici l’Autore a chi legge che si incontrano in cima a ognuna delle 150 commedie goldoniane; qui è un Goldoni maturo, quasi al termine della sua vita (morirà di lì a sette anni, nel 1793), è un uomo in parte disilluso che ha scelto l’esilio volontario, a Parigi, dove trascorrerà quasi 30 anni, senza mai smettere di guardare all’Italia, senza mai smettere di provare nostalgia per la sua terra, la sua Venezia sempre in festa, così illuminata e così capace di voltargli le spalle. Eppure questa che parrebbe l’opera testamentaria per eccellenza, anziché svelare, sembra nascondere. I Memoires vanno letti trasversalmente per cogliere sopra ogni altra suggestione quella “Vita tutta di Teatro, tutta nel Teatro, tutta per il Teatro”, che fu la vita di Carlo Goldoni, così nelle parole di Giorgio Strehler.

L’assai nota Trilogia della villeggiatura che comprende “Le smanie, le avventure e il ritorno”, testi che potrebbero essere rappresentati autonomamente e che spesso vengono accorpati sulla scena perché meglio se ne coglie la portata e la bellezza, sono il ritratto esilarante di una classe emergente povera di contenuti e ambiziosa nel voler mostrare uno status che è semplice apparenza. I tre testi che hanno conosciuto edizioni celebri da Strehler a Latella, di là dalla godibilissima comicità che li percorre, indagano con ferocia nell’animo umano. Qui, con l’eccezione forse del personaggio di Giacinta (ritratto di emancipazione come ce ne saranno molti altri nel teatro di Goldoni, e comunque non del tutto affrancata da una qual certa – a mio avviso – ambiguità di fondo), i personaggi rincorrono per tutto il tempo una felicità che si traduce con il poter mostrare come i propri abiti sociali siano migliori degli altri; una rincorsa identitaria su cui si posa lo sguardo nobile dei servitori, sempre a soccorrerli, sempre a riportarli a più miti consigli, eppure ugualmente non meno coinvolti nelle medesime pastoie che condannano i loro padroni ad una eterna giostra nevrotica, feroce e narcisistica.

Per ragioni di adattamento abbiamo scelto di portare in scena solo le prime due, decisione ragionata sulla tempistica (lo spettacolo sarebbe stato troppo lungo) che pure ha il pregio di lasciare sospesi i personaggi, quasi su un baratro, condannati ad una eterna decadenza, senza l’inevitabile scioglimento a lieto fine del “ritorno”.

Infine “Il Ventaglio”. Opera meno indagata, poco rappresentata (fatta salva la celebre edizione di Luca Ronconi), è ancora un testo che mette al centro più classi sociali illuminandone stavolta le contraddizioni a partire da un oggetto inanimato “un ventaglio” appunto che cadendo dalle mani della protagonista Candida innesca una serie di reazioni che portano il piccolo mondo delle Case Nove a smarrirsi nella più totale perdita di qualsiasi forma di ragionamento.

Il testo, atipico già nel titolo, (è l’unica fra le commedie goldoniane ad avere per titolo un oggetto), è una straordinaria giostra di passioni e di pulsioni, ingovernabili e senza freni, una discesa in verticale dentro l’animo dei suoi personaggi, che parla ancora dopo oltre duecento anni, di quanto siano fragili i nostri limiti, nell’assenza di una ratio che imporrebbe di fermarsi un attimo prima di rincorrere un ventaglio. L’adattamento – per ragioni interne alla compagnia – è il più forzato tra i quattro. Pure ugualmente abbiamo cercato di mantenerne il senso.

Studiare Goldoni oggi e farlo con una compagnia di allievi (molti dei quali ormai interpreti a tutti gli effetti, pur se in un campo che è ancora quello laboratoriale), è un’impresa incosciente. Incosciente perché Goldoni è difficile. Perché porta con sé, suo malgrado, il peso di un cattivo teatro che ne ha fatto nei secoli (fine 800 innanzi tutto, ma anche ben oltre) un autore lezioso, chissà, se come il personaggio di Orazio, Goldoni avrebbe detto di se stesso anticaglia vedendo certi cattivi allestimenti.

E’ una impresa incosciente dunque perché in primo luogo va pulito di quella retorica e quel pregiudizio con cui si guarda. Studiare Goldoni in emergenza sanitaria poi, come è stato per noi in questi mesi, oltre che un’operazione incosciente che sarebbe stata già di per se impresa ardua, diventa una lotta senza armi e su più fronti, tra le difficoltà dell’online, i limiti del distanziamento, l’impossibilità di agire il corpo come si dovrebbe. Eppure la stiamo e con soddisfazione portando a termine.

Perché paradossalmente il teatro di Goldoni ci ha restituito una chiave di lettura in questi tempi così confusi e stranianti. Ha fatto luce su molte ombre, e ci ha indicato una e più strade nel buio.

Quest’uomo così ostinato, così incredibilmente fecondo che ha intrecciato tutta la sua vita al teatro, indagando nell’animo umano con amore e disincanto, ci ha tenuto saldi al senso, per tutto il tempo, riportandoci ogni volta tra quei palchi da cui se anche nulla tornerà come prima, si rinasce e si riparte ogni volta. Due maestri ho avuto, il Teatro ed il Mondo.

(Grazie sior Goldoni.
E grazie ragazzi. Perchè solo noi sappiamo quanto questi siano stati mesi di una fatica improba. E fin qui forse valgono, tra tutte, le parole necessarie con cui più di ogni altro Eugenio Barba ha raccolto il senso: “nessuno ci ha obbligato a scegliere il teatro. Noi che siamo spintonati da questa necessità dobbiamo rimboccarci le maniche e dissodare il giardino che nessuno ci può togliere“.

Con la sua forza pandemica il virus ha dissodato anche la nostra terra. Talvolta erano male piante.
Talvolta più semplicemente piante senza radici.
I più sono sopravvissuti, e ben sappiamo come ci siamo reiventati un modo di tenerci saldi.
So che che non è finita. E so anche che l’unica strada percorribile è questa. Un telo in mezzo al deserto. Lì due uomini posano le loro scarpe. E iniziano a parlarsi).

Alessia

Luglio 2020

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